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Il ritorno.

Considerando l’imperfezione della perla barocca, dell’asimmetria di un volto, di un mattone di tufo eroso dal tempo.

Così è la mia mente, così sono i miei ricordi. Imperfetti, assai diminuiti dal loro peso originale: la forza e la tenacia persistono.

Così persiste la vita, così ritorna ciò che acquisisce forza, perché nel suo perpetuo tornare si rinfranca, si sottolinea, diventa inequivocabile.

Forse sono solo al principio, come spirito lieve, non impressiono occhi come pellicole di vecchie macchine fotografiche. Bisogna tornare più volte, avere il coraggio di scomparire, il dolore di perdersi per l’alt(r)o senza certezza di una nuova accoglienza. Per aver forza bisogna tornare, tornare più volte come traccia musicale di un disco mai stanco di incidere il solco per l’ennesima volta.

La vita è ricorsiva, riprende a più tratti quel che si lascia indietro.

Ritorno come vento che si prende il tempo per partire, per condividere con il paesaggio, la sua essenza. Imprimo con la velocità del mio passaggio, con la mia forza,  scuoto l’albero d’autunno che a sua volta sa di ritornare integro a primavera.

È appropriato, essere spezzati nella tempesta.

È giusto essere come una città deserta, dopo un terremoto.

Ricordo il maremoto di impressioni che si riproduceva, che ritornava.

Io ritorno come onda dell’oceano, assieme a tutte le onde, assieme all’acqua che si muove, io sono acqua, onda e mare. Sono oceano, scoglio e sabbia.

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