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Come sto? Come siamo?

Spossata dalle lunghe ed estenuanti frequentazioni con me stessa e un luogo innaturale, ostile.
Permeato dalla finta linearità delle cose e degli accadimenti, dove sembra non regnino le regole del caos.
La vita è caos e il suo contenimento forzato è un andamento contro natura, un percorso a ritroso.
Il caso governa le leggi, il caso ci rende impazienti.

È una forzatura andare con la corrente della sicurezza, vogliamo ancora più controllo, vogliamo ancora più conflitto.

La vita è un prezioso disordine, la vita è il primo dono non richiesto, non sottoscritto.
Come possiamo dare un corrispettivo? Come possiamo donare alla pari?

Penso che la parificazione di una tale portata possa essere soltanto corrisposta dal sacro senso di rispetto che vi è per essa. Perché pensiamo alla vita come una cosa? È il soggetto per eccellenza.
Ella è, la paragono a una giovane fanciulla ancora inesperta, persasi in una foresta. Come succede in molte fiabe. La paragono all’acqua che scorre sicura e volitiva nel suo percorso e nella sua finalità che è quella di giungere al mare, all’oceano.
E noi dove giungiamo?
Dove andiamo nel nostro percorso? Nei nostri passi stabiliti?
Ogni movimento contiene il seme di quello successivo, non lo sapevi?
Ogni direzione contiene il germe della destinazione.

Non esiste destino che a priori non possa essere modificato e non esiste percorso che possa essere mutevole.
Esiste quella contraddizione nata in se stessa e per se stessa, è questa giovane fanciulla persa nel bosco, quell’acqua impetuosa. Alcuni sanno essere inesorabili come cascata.

Esiste quel margine di certezza che è dato dalla nostra visione delle cose, una visuale piuttosto ristretta, incorporata, imprescindibile da quello che siamo ed esiste un tentativo in via di verifica che è il nostro mettersi nei panni altrui.

Esiste il salto mai abbastanza alto da raggiungere le stelle e quell’orizzonte mai abbastanza vicino da poter essere valicato.

Comprendo che questa mia forzata convivenza con me stessa abbia dato più frutti di quelli che un albero in estate possa sopportare, un ramo non ha potenzialità di carico infinite e allora come ramo io lascio andare quello che ho capito e mi prendo in carico la maturazione di altri frutti.

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