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La Rosa

Dovevo forse amarti come si fa con una rosa? Da lontano, suggendone soltanto il profumo, spinosa?
Dovevo forse guardarti come chi guarda l’orizzonte? Come miope passeggero su una spiaggia senza confini?
Senza limiti senza guardiani. Senza respiro sott’acqua fra le mani che mi coprono il viso per non vedere l’orribile profondità del tuo oceano?
Mi sono rifiutata di farlo, di pungermi e di annegare. Ho scelto di salvarmi, di interrompere questa modalità perversa di gioco, di monologo. Parlavo io, non tu, ti chiedevo timidamente lo stato delle cose, e tu altissimo spettatore e attore dirigevi un burattino troppo alto da poter essere visto, non scorgevo nemmeno i fili controluce. Un capolavoro di suspense, di incertezza, ero solamente un equilibrista in perenne attesa della caduta, non c’erano reti a trattenermi. Ho attraversato strati di terra nella caduta, ho attraversato strati dell’anima per non esserne troppo devastata. Mi sono ritrovata nel nucleo di me stessa, di quel che ho più a cuore e non ti ho trovato, c’ero soltanto io. Ho trovato mille ragioni per non esserci più, per te, ad aspettarti, sempre con l’orologio fra le mani come uno sciocco coniglio che dice a gran voce che ormai è tardi.
È tardi perché hai avuto più tempo di me, è tardi perché il tempo passa, è tardi perché ho perso fra le mani la pazienza, è tardi perché non è più tempo per dirsi bugie.
Ho trovato che fosse tardi e non ti ho più sognato, ho trovato che fosse tardi e non ho trovato te.
Ho visto che ero l’unica a danzare in questa coreografia splendida e difficile allora ho ballato un po’ più in là, fuori dalla tua direzione. È utile, miracoloso, distanziarsi da ciò che più ci sta a cuore, è importante lasciare andare quel a cui più teniamo, distacco, non attaccamento, fuori ogni sentimento e che non se ne parli più. Mi spiace solo essere stata troppo sincera, so che questo ti ha disarmato ma so anche che al posto di proiettili tu hai fiori, semi, foglie, non distruggi, crei, a tuo modo.
Ci capiamo con tempi e modi diversi, tu ed io siamo troppo cauti con i cuori altrui, e senza scelta stiamo dalla parte di chi è solo, la solitudine ha il sapore di quel che non si vuole nella vita, nel cuore, nella testa. Forse non vogliamo ingannare, scrivere romanzi su quel che possiamo essere, ma che non siamo.
Forse è questo che ci ha distanziato, forse ho inventato tutto e tu eri nascosto da qualche parte, in qualche angolo della mia mente.
Esisti? Ti ho immaginato? Come chi per necessità inventa qualcuno che non c’è. Come chi parla con il cuore in mano e alla fine capisce di essere il solo a parlare. Come un attore in un teatro vuoto?
Hai ascoltato quello che ti ho detto? O ti sei soltanto tappato gli orecchi con disgusto, i terribili vuoti non sopportano le voragini. Sono stata troppo? Quante domande senza risposta, quanti punti di domanda. Quanti tentativi ho fatto.
Il tempo mio con l’idea che avevo di te è scaduto, finito, sospeso. Intrinsecamente legato a uno strato di me che non c’è più.
Mi sfoglio come rosa sfiorita, in attesa di una nuova primavera.

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