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Innesto

Non ci sono né vittoriosi né vinti, questa non è una battaglia.
Non ci sono né buoni né cattivi, non giudico.

C’è soltanto il bene che ti voglio, che mi innalza sopra ogni dualismo. Mi rende umana, mi fa soffrire come ogni altra persona, mi fa gioire, l’amore umanizza. Non ho particolari ricordi legati a te, perché è come se fossi qua ogni giorno, faticassi e riposassi con me. Sei come un innesto, un ramo collegato ad un certo punto della vita della pianta, che ora fa parte di un unico organismo, seppure separato. Abbiamo parlato a lungo, prima che io ti ospitassi, è stato così: non sempre semplice. A volte tu non rispondevi, indovinavo i tuoi silenzi, ho dovuto capire la tua bontà dai tuoi occhi, dal tuo sguardo.

Allora ho detto: “ti accolgo” e tu non te ne sei più andato via, nonostante io ti veda pochissimo so che sei parte di me.

Sei come quella parte di me che non riesco vedere, forse la parte dietro le orecchie per esempio, oppure la nuca, non le vedo eppure sono parti di me. Sei come quella bruma oscura che mi nasconde, che nasconde una parte di me al mio occhio sempre aperto e vigile. Sei quel dettaglio di quadro in un angolo, che porta la firma di chi lo ha dipinto, quel silenzio, quella pausa impercettibile tra una nota e l’altra. L’errore del più bravo dei scultori, quella scheggia scappata via nella statua più bella mai scolpita, quel verso che chiude la poesia più espressiva, un silenzio dopo ore di conversazioni.

Un pensiero fra una marea ingorda di azioni
Un respiro dopo ore di angoscia
Un abbraccio dopo anni di separazioni
Una risata fra i dittatori.

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