La pioggia

Goccia dopo goccia cade, lentamente, si scioglie la malinconia, evapora assieme alla gioia, rimango uno spazio bianco nel quale ogni emozione è un segno, ormai cancellato via. M’osservo, come si guarda l’universo: un po’ spaventanti, un po’ estasiati.
Riconosco le mie costellazioni, le galassie, le esplosioni, le morti di una stella.
Rimangono a poco a poco sbiadite, eco di splendori distanti.
Si preparano in chissà quali angoli nuove nascite, nuovi piccoli clamori di stelle neonate.
C’è un angolo in questo universo dove tutto muore e tutto si rigenera, rinasce in altri posti questo mio lutto, rinasce tra i fiori ingenui, fra le stelle lontane.

La pioggia mi ricorda di te, degli acquazzoni estivi, degli energici salti sulle limpide pozzanghere appena riempite dalle gocce, a volte lievi, a volte pesanti.
Così sei tu, a volte leggero come uno spirito, a volte terreo e silenzioso.

È ancora tutto possibile, come credevo anni fa, quando tutto andava oltre quel che vedevo ma soprattutto quel che provavo?
È ancora tutto intonso, puro, è ancora tutto inviolato, racchiuso come perla in una conchiglia ermetica?

Mi dicono però che la vita è caos, mescolanza, miscuglio, disordine, e tanta gioia.
Mi dicono che la gioia è il disordine vitale, che la vita tende al caos, l’ordine è artificiale, è una sofisticazione dell’uomo che pretende di lasciare una propria impronta in questo terreno di passaggio privo di senso.
Mi dicono che la gioia è nella corrente, nello scorrere forse di questa pioggia incerta il pomeriggio d’autunno.

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Linee d’orizzonte

Come tramonto
si muta d’improvviso
in aurora.
Rimani qui
rimani in quest’ora dorata
timida, defilata
paventando spavalderia.
Mi ferisci come rosa
indecisa, preciso bersaglio
riempi il cristallo di questa rugiada
che non finirà.

Parole, litigi di parole rotolanti
riempiono questa mia bocca inquieta.

Mentre taci il cielo
si colora
ancora di rosa.

Mi guardi come antico specchio
guarda l’orizzonte sereno.

Orchidee

La delicatezza con cui sfiori l’aria diventa poesia, le venature leggere, la luce che ti inonda.
Sembra un velo, una carezza, un sospiro lieve dedicato a quel che non c’è più.
Che cosa abbiamo perso?
La forza della riconciliazione, dopo giorni, anni. Non devo parlarti di chissà cosa, soltanto mettermi in pace, affrontare quello che mi lasci. Quanto spazio libero, quanta mancanza, quanti veli a ricoprire la luce.
E delle tue parole che ne sarà? Come farò ad ascoltarle se non le pronunci?

Eri una febbre, una malattia, una frenesia su cui non avevo scelta, me la sono ripresa più tardi, con il tuo no.

Così fra mille petali
Ti dico addio
Lascio i sorrisi
Dietro le spalle
Cosicché tu possa vederli ancora.

Parole

È da qui che nasce tutto quel che io so: dalla base del cuore e dalle sue radici.
Rinasco come fiore che pulsa che sfrutta lo spazio che sarebbe destinato a te.
Lo spazio che diventa poco, necessario, vitale. Questo fiore che pulsa, mette radici: crescono le foglie.
È così che si formano i muscoli che sorreggono questa vita sgemba, a volte raggomitolata su se stessa. Striature, venature irrompono su questi tessuti prima inermi, inerti. Scintilla di vita esplode all’innesco.
Giri di parole, di vene, d’arterie mai del tutto sufficienti a trasportare quel che conta davvero.
L’ossigeno e le sillabe d’amore si trasportano, viaggiano, combaciano.

Così si forma l’anatomia della vita, le parole nascono dai battiti del cuore, indistinte, come tutti nascon femmine, in origine, nel ventre materno.

“Tum, tum, tuo, mio, amore…”
“Tum, tum, mamma, papà…”

Le mie parole nascono da un battito, dalla vita, dallo stupore e dalla curiosità.
Si affinano col tempo, se i battiti si inaspriscono anche le parole si affilano.
Amo il ritmo, l’incedere lento, parsimonioso di movimento, le parole raffinate, gustate a lungo prima d’esser dette. Le parole assimilate, a volte pungenti, aspre.
Quante battaglie avranno mai combattuto prima di uscire, prima di nascere.
Sappi che ogni parola, ogni segno appartengono a un mondo fatto d’emozione, hanno un loro percorso, una loro via. Sanno quando fermarsi, quando addolcirsi.

Amavo ogni sillaba non scritta
Ogni pensiero mai detto.

Ogni abbraccio accennato
Ogni fiaba raccontata prima di addormentarmi.

I fiori sempre presenti nei campi
Le estati d’arancione roventi.

Con te danzo con i passi che io so
E con le parole che ancora non possiedo.

L’alba

Guardo l’alba dentro di me diventare altro, vedo le stelle ormai sbiadire e la luna lasciare il posto al sole.
Diventa semplice, forse fin troppo, lasciare che le cose siano come devono essere, stoicamente ferma di fronte alle tempeste. In meditazione, in silenzio di fronte a tutto questo veloce cambiamento, tutto si sradica, si trasforma, non riconosco più i volti. Eppure io sto in silenzio, non mi muovo. Riconosco me stessa in questo percorso, in questo turbinio privo di rassicurazioni, tendo la mano alla me stessa di domani e l’altra alla me stessa di ieri: così conteniamo la tempesta, in una sorta di nostalgica danza della vita.
Lascio pochi spazi liberi a questo incontenibile tornado, le mani sono fortemente abbracciate le une alle altre.
Ridiamo di fronte a quello che spaventa tutti, piangiamo di fronte a quello che di più fragile ci si presenta davanti: la forza dell’esistenza.

Una forza che mi porta all’interno di questo turbinio perpetuo. Sento e sono viva, amo cogliere gli attimi imperfetti perché mi ricordano la mia umanità.

L’albero

Un albero leva prepotentemente le braccia al cielo, vede la luce, sanguina.
Era un albero fra gli altri, in mezzo a questo azzurro intollerabilmente limpido, crudo, indistinguibile da angolo ad angolo. Ricordo le passeggiate intrise d’avventura nonostante succedesse gran poco, la bellezza, come quel che accade, è nello sguardo di chi osserva. Il tempo rivela il suo segreto, esso non esiste se non nell’avvenimento interiore di ognuno. Il tempo è scandito da quel che succede, dal ritmo e dall’importanza dell’accaduto. Il tempo di un albero è lento e pesante, accadono molte cose ma sono impercettibili ai nostri occhi, il tempo della natura ci insegna la pazienza, ci insegna che a fiorire ci si mette una vita intera, ci insegna che non è importante il colore o la maestosità di un fiore ma il suo percorso, la crescita, lo sviluppo. Ci insegna che dobbiamo sempre cercare il sole per crescere, che il suo percorso coincide con il nostro.
Che la stortura dovuta al seguire la deviazione della luce è motivo di bellezza, di peculiarità.
I nodi che attraversano un tronco d’albero sono le sue fatiche, sono i tormenti vissuti e incastonati per sempre, sono motivo di bellezza e di vita.
Che cos’è il profumo di un fiore, che cos’è la bellezza dei suoi colori, la grazia delle forme vegetali, la potenza del suo essere in un posto e non in un altro? L’ordine, l’armonia, la simmetria, sono tutte caratteristiche della natura, il ritmo compositivo delle foglie, la rugosità di un tronco appartengono dettagliatamente ad un sistema delicato ma al contempo forte, chiuso e contemporaneamente aperto in se stesso e verso gli altri sistemi.
Non conosco organismo più grato di un albero, nel dare bellezza, vita ed esempio.
Senza proferire parola, sa che può parlare attraverso la forza del rimanere, rimanere anche durante le stagioni più fredde e dure, rimanere anche quando viene abbattuto, attraverso le radici, rimanere nella stagione del fiore e del frutto.

Mi siedo
Fra le tue chiome
Stese a terra come fili invisibili che mi collegano ai miei avi

Ricordo dolcemente
Che in tutto questo tempo
Tu sei rimasto qui.