Trasparenze

Che strano, trasparenze delicate si intrecciano tra le nervature della mia mano,
mi confondo con l’aria circostante, mi sciolgo nella luce
persevero di vita,
m’infiltro tra i piccoli corpuscoli che a volte vedi volteggiare.
Si ferma quell’attimo silenzioso
si ferma il sorriso
si ferma il volto serioso.
Accade in un momento di inconsapevolezza piena
che tutto esploda di luce
che invada la via
la strada, l’asfalto e rimbalzi nei lampioni la notte.
Ritorni, poi timido, nel sorriso del sole d’aurora.

Non dimentico un sol giorno
che mai manchi quando io stanca appoggio il viso sconsolato.

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Tramonto #2

Le nubi appoggiate, serene, non soltanto d’estate
son cariche di speranza.
Predicono solerti:
sta arrivando primavera, ne siamo certi!
La luce mi punge gli occhi abituati a questo buio oltremare.
Scappano le lucertole appoggiate al sole,
vibrano le ali delle libellule nell’aria sincera.
Scopro, soltanto questa sera,
che non c’è bisogno di una lanterna che m’illumini la strada:
infuocato il cielo, d’oro le case.

Oceano

che l’oceano si sciolga
andatevene conchiglie spezzate,
andatevene a rompere l’acqua di tempesta.
andatevene a sciogliere i lacci delle meduse malate.
andatevene a tagliare i granelli di diamante.
sappiate ricomporvi a ricordare
com’erano i ricordi di una perla generatrice.
che sia la matrice, che sia la madre
che sia schiuma, che sia mare.
che l’oceano ora si riappacifichi
che l’oceano si unisca
che s’affretti a naufragare
le alghe gentili
che s’affretti a scivolare
tra le languide onde.
scorgo all’orizzonte un oceano
di bellezza pronta
ad essere vista,
che sia il sole, che sia il cielo
che sia il vento, che sia la terra.

un fiore, d’improvviso, piange.

A catena

Sembriamo tutti dei bambini, a cui non hanno dato né attenzione né corda.

Saltiamo, saltiamo ancora, e d’un tratto ci ritroviamo invecchiati, ma ancora bambini, ancora vulnerabili.

Ci sono ostriche, ci sono conchiglie alcune preziosissime ma ermetiche, altre aperte e vuote.

L’universo mi fa precipitare e non ci sono paracaduti a sufficienza che possano salvarmi.

Un supereroe mi dice che per essere superuomini bisogna anche essere irriconoscibili.

Indossate maschere che io individuo, non c’è momento in cui io non vi riconosca, siete vuoti.

Il nero non mi si addice, non mi si addice il lutto che alcune persone si trascinano dalla nascita.

La vita, come la intendo, mi sembra così lieve e così impalpabile che avvolgerla tra i veli sarebbe come offenderla, troppe cose celano la vita, essa dovrebbe essere svelata, ammorbidita, soffiata via.

Mi trovo di fronte a un bivio: un percorso già rifatto e già visto due volte, ripercorso e rifatto ancora e ancora.

Salpiamo su quest’oceano che non ci garantisce alcuna certezza, io so che l’acqua sarà l’unica cosa che potrò vedere finché non tornerò a terra, non galleggerò più.

Le somme, stai tirando conclusioni come coltelli e mi fanno male, fanno male le indelicatezze, le fragilità di cui non mi parli ma che scagli come pietre.

Sai forse tu? Cosa mi sia costata questa parentesi d’inferno in cui mi hai trascinata? Non ti rendi conto ancora di quanto io sia fragile, oppure per meglio dire, di quanto io sia integra e di quanto io sia delicata, ma non ti vergogni?

Io, la colpa, mi segue, non mi lascia, come un cane rabbioso mi morde di tanto in tanto per dirmi che anche lui ha fame e vuole da mangiare, ma non azzannarmi lo stomaco né tanto meno il cervello, lascialo in pace.

Bianco, penso al bianco, penso alle giornate d’estate in cui mi arrendevo tra i fili del prato e fissavo incosciente il sole e pensavo alle notti in cui sorvolavo i pensieri sorseggiando dello champagne in un calice esile di cristallo.

Credi tu? Forse? Di essere quello che sei? Che cosa sei? Ora vattene.

Ode all’acqua #2

Mi scrive sul volto
Eterne parole
Che parlan di viaggi
Che solcano la pietra
Che levigano i ricordi.

Scorre nel fiume
Questo mio senso di inquietudine profonda
Scorre come il mare
Che anela alla luna
Scorre tra le mani ferme.

Veleggia tra le antiche navi
Nella ricerca della superficie più profonda
Ritorna tra le onde e mi ricorda
Come tutti siamo piccoli molluschi
In cerca di casa.

Mi graffia assieme alla sabbia
Mi rompe il piede nella corsa
Nella sua ricerca
Mi perde il ricordo
Dimentico la memoria.

 
Ondeggia e si muove
Scricchiola tra i legni
Mi ricorda cose nuove.

S’insinua tra i capelli
E li accompagna alle nuvole e al sole
M’ardo di gabbiani e piove.

Nuoto tra queste onde composte
E non temo
Di bagnarmi più del dovuto.

Lascio i pensieri
Galleggiarmi a fianco
Per non annegare.

Ricordo con violenta volontà
Volontà tremenda
Come fossero morbidi i cieli visti da quaggiù.
Ricordo il fragore, lo sciabordio continuo
L’andare e il ritornare
Senza conoscere la terra.
Ricordo il volere, il desiderio e la potenza
Di possedere in un pugno
La sabbia e il mare.
Non mi rimangono che lacrime amare
I ricordi rimpianti
Il voler ritornare.

Creo tramite ricordi
Una marea che non s’arresta
Arriva fino a te
Come molteplici messaggi in bottiglie,
Bottiglie che non puoi aprire.
E allora, con curiosità,
rigiri tra le mani questo pezzo di vetro rivelatore
e intuisci, talvolta con scaltra certezza, talvolta con premurosa paura,
il messaggio inciso sulla carta.
E preso dall’ira perigliosa
Scagli prima la bottiglia verso il cielo
E poi la recuperi colpevole e amoroso,
ripresa la rabbia il vetro riluccica in mare di mille vetri ancora,
lo scoglio è offeso e sanguinante di linfa muschiata.
Apri impaziente la carta cesellata delle mie migliori parole:
“Guarda il cielo, guarda il mare”

“Ora si salpa” mi disse il marinaio cortese.
E io, come saggio tra i saggi, non portai con me nessun bagaglio
Se non l’oblio, la voglia di non arrivare.

La tempesta morbida, al confronto di ciò che fu finora la nostra vita,
ci accolse materna.
Ci disse tra i pensieri ricorrenti e i sogni premonitori:
“Dimentica la vita come finora l’hai concepita!”

Ma come fa un marinaio
Che di madre, se non la terra, ha mai avuta
A pensare alla vita come figlia e docile compagna?

Ci pensò il naufragio a ricordare loro
quale prezioso tesoro poi fosse
Il lottare, il cadere, l’affondare e la risalita.

La terra ancora distante e sicura
Era promessa e pericoloso monito alla distanza
Come le sirene, il canto
E l’ulisse incantato.

Chissà se mi rimane
L’acqua tiepida
O il freddo mare
Che colpisce a coltello
La mia dura pelle,
danzo senza peso alcuno,
tra una coltellata e l’altra
tra onde e maree
tra ghiacci e idee.
Rompo la sottile lastra di rancore
Che mi separa da tutto il prezioso fondale
D’amore, di trionfo di vita e gioia.